Si dice che “si lavora per vivere”. Ma cosa accade quando è proprio il lavoro a rendere la vita più difficile? Quando l’idea stessa di alzarsi al mattino per recarsi sul posto di lavoro genera ansia, frustrazione, stanchezza o persino paura?
Il disagio lavorativo è un fenomeno complesso e multidimensionale che si manifesta quando l’ambiente professionale smette di essere un luogo di crescita, riconoscimento e realizzazione e si trasforma in una fonte costante di pressione, isolamento e svalutazione. È il risultato dell’interazione di variabili individuali, relazionali e organizzative che si intrecciano e si potenziano reciprocamente, finendo per compromettere in modo significativo il benessere psicofisico del lavoratore e incidere negativamente sulla sua qualità di vita.
Pur reagendo in modo diverso, chi soffre di disagio lavorativo sperimenta una progressiva disconnessione che riguarda la perdita di motivazione, il venir meno del senso di appartenenza all’organizzazione e una graduale erosione dell’autostima. Il lavoro, da esperienza nutriente e significativa, diventa causa di sofferenza silenziosa.
Una delle forme più comuni di disagio lavorativo è lo stress lavoro-correlato, che emerge quando le richieste dell’ambiente organizzativo superano le risorse, le capacità e le competenze che si dispone per fronteggiarle. Si presenta con ansia, stanchezza, difficoltà di concentrazione e disturbi del sonno e, se trascurato, può evolvere nel burnout. Quest’ultimo colpisce soprattutto professioni ad alta esposizione emotiva, come sanità e istruzione, e si caratterizza per un profondo senso di esaurimento delle energie fisiche e mentali (dall’inglese “to burn out”, “bruciarsi, esaurirsi”), distacco emotivo e senso di inefficacia. Le cause includono carichi di lavoro eccessivi, mancanza di controllo, scarsa equità e disallineamento valoriale.
Un’altra espressione del disagio è il mobbing, una pratica vessatoria, persecutoria o, più in generale, una violenza psicologica esercitata sul posto di lavoro, spesso in modo sistematico e ripetuto, da superiori o colleghi con l’obiettivo di isolare o spingere il lavoratore a lasciare il posto. Ne sono esempi maltrattamenti, mortificazioni, umiliazioni, offese, demansionamento, isolamento.
Più sottile, lo straining consiste in atti unici o sporadici ma dagli effetti duraturi, come esclusioni o trasferimenti ingiustificati, capaci di deteriorare la qualità della vita lavorativa. Rientrano nel disagio anche le discriminazioni legate a genere, età, etnia o orientamento sessuale, che ledono i diritti fondamentali e il clima aziendale, così come la precarietà occupazionale che genera insicurezza e mina autostima e progettualità personale.
Nonostante la crescente attenzione scientifica e istituzionale, il disagio lavorativo rimane diffuso e spesso sottovalutato. Il rapporto Censis-Eudaimon 2025 fotografa una realtà preoccupante: il 31,8% dei lavoratori italiani ha sperimentato forme di esaurimento, estraneità e negatività nei confronti del proprio impiego, con picchi tra i giovani (47,7%). Il 73% riferisce stress o ansia legati al lavoro e oltre il 70% afferma che la vita privata ne risente. È la cosiddetta “sindrome da corridoio”, in cui tensioni e preoccupazioni si trasferiscono da casa al lavoro e viceversa, con conseguenze su salute mentale e relazioni.
Il benessere sul posto di lavoro è oggi una priorità per l’83,4% dei dipendenti, un valore condiviso da dirigenti, impiegati e operai. Ciò segnala un cambiamento culturale profondo che le aziende sono chiamate a riconoscere: il lavoratore contemporaneo si pensa e si vive come un’unità indivisibile, in cui la dimensione lavorativa è interconnessa a quella personale e privata.
In questo contesto, dove i lavoratori ricercano un benessere integrato, in cui salute, equilibrio e serenità diventano valori fondamentali, il counselling psicosintetico si propone come uno strumento di ascolto e accompagnamento che mette al centro l’essere umano nella sua totalità – pensieri, emozioni, corpo, relazioni, aspirazioni.
L’approccio olistico della psicosintesi aiuta il lavoratore a riconoscere e dare significato al proprio disagio. Attraverso l’ascolto empatico, il counsellor favorisce un percorso di consapevolezza e aiuta la persona a riattivare le risorse interiori e a riconnettersi ai propri valori, bisogni evolutivi e obiettivi autentici. In un mondo del lavoro sempre più esigente e impersonale, il counselling psicosintetico offre uno spazio sicuro in cui il lavoratore può riappropriarsi del proprio centro, elaborare le tensioni generate da ambienti disfunzionali e sviluppare un adattamento creativo. Il counselling non è solo una risposta al disagio, ma un “giardino dell’umano”, un’occasione di crescita personale e trasformazione, capace di alimentare benessere e motivazione, con ricadute positive anche per l’intera organizzazione.
Fonti
Ege H., Mobbing. Conoscerlo per vincerlo, Franco Angeli, Milano, 2001.
Ege, H., La valutazione peritale del danno da mobbing e da straining, Giuffrè, Milano, 2002.
Ege H., Oltre il Mobbing. Straining, Stalking e altre forme di conflittualità sul posto di lavoro, Franco Angeli, Milano, 2005.
Maslach C., Jackson S., The Measurement of Experienced Burnout. Journal of Organizational Behavior, 1981
Scolamiero A.R., Tomassini M., Trentin P., Il giardino dell’umano, Alpes, Roma 2017.
VIII Rapporto Censis Eudaimon, Lavoro, aziende e benessere dei lavoratori: un’epoca nuova. Sintesi dei principali risultati, Roma, 21/02/2025. www.inail.it